
Alzo il braccio sottile di metallo cromato, lo ruoto verso il piatto e l’abbasso fino a che la puntina non tocca il disco che gira, incanalandosi. The Ink Spots, etichetta arancione, preceduta dai suoni gracchianti sputati fuori dalle casse marroni. Bastano le prime note… I don’t want to set the world on fire.
Lei è lì, seduta al tavolo al centro della stanza, muove la testa a tempo, fingendo un ritmo che non è suo. Assaporando la canzone, come se la capisse davvero.
Rumori vecchi di una vecchia casa, abitata dal tempo. Sono quelle sfumature a mancarmi, qui dentro, racconta. I ricordi sparsi ovunque, sulle pareti, sui mobili, come schizzi si sangue lavati via, che nessuno vede, ma che ci sono… Una casa possiede molte anime.
È un ambiente caldo, come un grembo materno. Come la luce del mattino che filtra dalle tapparelle.
Il vestitino è turchese, testa coi riccioli d’oro che asseconda la melodia, gambette che oscillano vispe, avanti e indietro, sfiorando con le scarpette nere laccate la testa di Bell, accucciato lì sotto. Con un pastello verde, Elga colora le sagome su un album da disegno.
«È stato allora che è arrivato Goldrake?» chiede.
Mi avvicino. Lei si gira sorridente, ha i denti piccoli.
Le sfioro il naso con la punta dell’indice. «No. Lo sai bene che non è arrivato Goldrake. Goldrake non esiste.»
«Ma quel monaco sì. E voleva prendermi. Voleva prenderci tutti, farci del male»
«Non è successo. E io ti ho portato qui dentro, ricordi?» dico, poggiando il palmo della mano sullo stomaco.
«E poi siamo arrivati qui. Insieme.»
«Non tornerà più, vero?» fa con la sua vocina.
Lo vedo ancora, Shlomo, che tenta di afferrarmi, per impedirmi di raggiungerlo. Vedo il braccio della creatura che afferra il suo. Glielo strappa che ancora stringe l’idolo tra le mani, insieme al busto, in un’onda di sangue e poltiglia. A cascata. E poi i capelli, la chioma dei nervi della sua spina dorsale recisa. Per un attimo ho creduto di scorgere un cespuglio di fibre ottiche…
La creatura si accascia poco dopo, ricoperta di uno stormo di uccelli arrivati per cibarsene. E accolti col lanciafiamme.
«Non tornerà.» dico.
Sul foglio di carta, le facce della famiglia nucleare sfoggiano sorrisi da clown, volti e arti di colore verde scuro, come la muffa.
Bell mugugna sotto il tavolo.
Le faccio una carezza sulla testa. Elga, mia sorella. È morta nel 1984. Aveva quattro anni.
La ragazza arriva dal corridoio, sistemandosi i capelli scuri con una forcina. Indossa una mia camicia e nient’altro.
«Parlavi con qualcuno?» domanda, sedendosi di fronte a Elga. E ancora: «C’è un po’ di caffè?»
Poi si dà una grattata sotto il colletto, tira fuori le dita, le osserva e impreca: «Cazzo, ho un fungo!»
Mi dirigo verso l’angolo cucina a preparare. Prendo la macchinetta dallo stipetto pensile. Da quello accanto, il vasetto del caffè.
«Ma davvero ti piace questa musica qua?» dice sciogliendo i capelli e ricominciando: «Sono cinquecento euro per la notte, ricordi?»
Annuisco. Sistemo la macchinetta sul fornello e l’accendo.
«Alla prossima facciamo da me.» riprende lei. «Questa casa la odio. Piccola e fatta male. Senza offesa, eh. Due stanze, un bagnetto e quel corridoio con quella porta che affaccia sulla cantina… È tua?»
«Sì. E non è così male. Crescerà, dagli tempo…»
Lei solleva le sopracciglia e abbozza un sorriso.
«Se lo dici tu.»
Alle sue spalle, Elga si infila i pollici nelle orecchie, sventola le dita, corruga le sopracciglia e tira fuori la lingua. Poi sgambetta nel corridoio, e di lì in cantina. Bell le va dietro, caracollando.
«Vado a prenderti i soldi.»
In camera da letto, preparo le banconote e stacco un sacco per l’immondizia nero, robusto, dal rotolo nel cassetto del comò. Lo infilo alla meglio nella tasca posteriore dei jeans. Mi guardo allo specchio. La piaga sullo zigomo ha ripreso a sanguinare. Capita tutte le volte.
«Spero non l’abbia pagata tanto. Secondo me t’hanno fregato.» dice la ragazza dall’altra stanza.
Torno indietro, lanciando le banconote verdi su tavolo, davanti a lei.
Questa le afferra, le conta, poi si affretta a rialzarsi: «Senti, non credo di avere tempo per il caffè. Grazie lo stesso. Ora mi vesto e vado via in un lampo. Alla prossima, ok?»
«D’accordo.»
Mi bacia sulla guancia destra, sporcandosi le labbra di sangue. Sorride.
Quando mi dà le spalle prendo il sacchetto, lo stendo, glielo passo veloce davanti al viso e tiro, trascinandola giù con me.
Ce ne stiamo stesi entrambi, io sotto di lei, fino a quando non la smette di sgambettare, picchiando le assi del pavimento coi talloni fino a sbucciarseli, e la mano che tenta di graffiarmi si adagia di lato, immobile.
Elga si affaccia alla porta: «Ti vuoi muovere, Hans?»
Ogni cadavere è diverso. Dall’addome squarciato della puttana è venuto fuori prima una palla di carne rossastra e lucida, poi il fetore.
Bell ci ha messo il muso sopra. Per cacciarlo è stata sufficiente una pedata. S’è rintanato in un angolo della cantina, sotto alcuni scaffali, muso a terra. Ci osserva. Ogni tanto si lamenta.
Io ed Elga affondiamo le mani e tiriano fuori gli intestini e il resto, imbrattandoci fino ai gomiti. Taglio dei tranci con un coltellaccio e insieme, accovacciati, spalmiamo carne, sangue, viscere e vita sulla superficie nera dell’uovo. Assorbe ogni cosa e torna a essere liscia e fredda. Opaca. Su di esso non si riflette la luce.
Elga ridacchia. S’è passata il braccio sulla fronte per detergersi il sudore. Ora è rossa.
Bell, dall’altra parte, si lecca i baffi incrostati di sporco.
Sotto il piccolo portico. Mi accendo una sigaretta. Faccio uscire il fumo dal moncone che è il mio naso. All’inizio pizzicava. Ora è inerte.
Dicono che io sia bellissimo. Lo dicono tutte le donne con cui sono stato.
Tossisco. Sputo. Insieme al catarro, per terra, c’è la muffa.
Tutt’intorno, le montagne stanno per addormentarsi, dietro una coltre di nebbia.