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mercoledì 7 settembre 2011

Capitolo 22 - Un attimo prima, gli uccelli

Non la Legge, tentativo tutto umano di riportare la realtà all’armonia dell’Uno.
Santonastaso, Santini, Santovito, tutti avevano fallito, risposte deboli alla ricerca di un senso al buio conglobante, assorbente, unificante.
Non la chiesa, finzione, maschera grottesca di una fede vecchia, impotente e inutile, appesantita da mura, paludamenti e certezze costruite su menzogne di uomini.
Don Simone aveva provato, ma era stato facile preda di ciò che sta al di là del ponderabile, di ciò che sta nel palmo di una mano, e, alla fine, dei propri stessi sentimenti.
Il Sacrificio? Forse una risposta insufficiente e incompleta per allontanare l’inciampo dalla via della composizione degli opposti. E se non questo, allora cosa?
Cosa avrebbe potuto fermare la Disgregazione tanto invocata da salmi e preghiere blasfeme, da ciminiere ribollenti fumi di distruzione, da malvagità, egoismo e solitudine?
Quello che restava di Villa Gatto-Borghi separava ciò che la secolare scelleratezza dell’uomo (guerre, schiavitù, ghigliottine, ingiustizie) aveva risvegliato nella forma dell’uovo che non era un uovo, della Cosa-Casa (con le sue muffe e spore come elmetti, catene e lanciafiamme), e un uomo che aveva perso tutto ed ora era consapevole di un destino scritto e accettato da prima che prendesse carne, che tendini e nervi ricoprissero le sue ossa.
Doveva tentare, lo doveva fare per tutti quelli che erano morti in quella casa, da Caterina Borghi col suo bambino ad Armida, da Lalla a Rosa e don Simone. E per tutti quelli che erano morti ad Auschwitz e Leningrado, in ogni battaglia lontana e vicina, nelle piantagioni di cotone della Louisiana e nelle miniere di carbone del Belgio, cercando diamanti dall’Angola e alla Liberia. Per tutti i bambini terminati per fame in Somalia.
Ogni vita stroncata da un qualsiasi idolo di malvagità passò davanti agli occhi di Shlomo mentre guardava la Cosa-Casa e riandava con la memoria al bozzolo del Figlio che deglutiva il Padre, tramutandolo nella sua stessa realtà fetida e putrida.
Una nuvola oscurò per un istante il sole. E in quell'istante, il monaco capì che, forse, ce la poteva fare. Con l’aiuto di qualcuno; come il sole era stato liberato della nuvola da un alito di vento.
Shlomo volse lo sguardo per un attimo da Stakari-Botri  e cercò con gli occhi Hans, lo storpio senziente, colui che poteva aiutarlo a scacciare quella nuvola.
L’uovo che non era un uovo lanciò il richiamo (solo un attimo, per far capire che lui era lì e aspettava) e il cervello di Hans risuonò di mille campane scompagnate, mille guaiti e mille lamenti di neonati abbandonati al proprio destino sotto il sole dell’Africa.
Shlomo vide Hans chinarsi, rattrappirsi, stringendo gli occhi a fessura e le braccia al petto.
E poi guardò la Pala d’altare, inscritta d’immagini e segni, cercando il segno, la chiave per aprire la Cosa-Casa e arrivare al centro, alla mente di cui ancora non percepiva esattamente la realtà, all’uovo che non era un uovo, ancora sconosciuto alla sua mente limitatamente umana; ma chiara alla sua coscienza: se c’è un corpo, c’è una mente.
Uno stormo di uccelli stava veleggiando da est verso Villa Gatto-Borghi.
Shlomo e Hans lo videro e sembrarono perdersi in quella cartolina placida, come se il luogo e il giorno non fossero realmente quelli.
D’improvviso, giunto su quello che restava della villa, lo stormo si frantumò per il cielo, come se il boato di uno sparo di cannone l’avesse colpito.
Ma il silenzio abbracciava ancora tutto e nessun rumore lo aveva disturbato.
Il monaco ristette.
Poi sciolse il cordiglio bianco e si sfilò dalla testa il saio marrone: non aveva bisogno di protezione, ma di coraggio.
I due si guardarono negli occhi e si dissero in silenzio che il momento era arrivato.