Era un cane che non aveva mai visto da vicino. Doveva trattarsi di una specie di levriero, ma la carne putrefatta lo rendeva sgraziato. Un mantello bianco latte annerito dai vermi e dal sangue attorno alle fauci dilatate come spezzate da due mani possenti.
Si era ripromesso di non tornarci mai, dopo quanto era accaduto quel giorno.
Otto ragazzi fatti di marjuana e alcol pronti ad una delle tante bravate da raccontare.
Sei scomparsi. Due sopravvissuti sotto shock, Stefano ed Eva . Questo almeno riportava il rapporto della Polizia.
Scomparsi.
E nel seminterrato fatiscente e allagato da una perdita d’acqua, mani, mani ovunque. Mozzate, ammassate, marcite, imbalsamate, putrefatte, martoriate. Quelle dentro l’acqua, gonfie, annerite, spalancate nel nulla ad implorare nel silenzio un aiuto che non sarebbe mai arrivato. Ma questo dal rapporto non emerse mai.
Il caso venne insabbiato, la casa sigillata alla svelta, le mani rimosse ed archiviate.
L’unica cosa certa era che non si sapeva a chi appartenessero. E su ognuna, una muffa dalla natura tossica sconosciuta a più di un laboratorio di analisi.
E non era colpa dei libri ormai rovinati, le cui pagine fluttuavano sul pelo dell’acqua torbida lasciando intravedere quel che restava dell’inchiostro stampato.
Oberwalder era svanito nel nulla, e tra Rambo e la rossa sveglia Santini doveva anche preoccuparsi di un visitatore importuno.
- Lei chi è scusi?
- Stefano Morganti. Mio figlio e altri due ragazzi sono venuti qui, ma non sono mai tornati a casa. Sono venuto a cercarli.
Gaetano intervenne con un balzo in avanti: “Non sono ammessi civili sul luogo dell’indagine”
- Lei! Tenga a bada il suo collega – disse Santini a Rosa la rossa.
- Morganti… il suo nome…mi ricorda…ma…non sarà mica il Morganti che…?
- Si sono io. La prego, mi aiuti a trovare mio figlio.
Gaetano sembrò farsi serio. Rosa era sparita in un lampo. Al suo posto, una delle sue mani con ancora il block notes stretto tra le dita insanguinate.
-Ma che cazzo succede qui? – urlò indietreggiando e puntando la scacciacani verso l’orrida prova.
La casa sembrava emettere un suono sordo, proveniente dalle tubature, dai muri e dal seminterrato.
Stefano aveva il volto stralunato, come se non dormisse un sonno decente da secoli. Armida era uscita da un angolo del sottoscala e con l’unica mano rimasta lo invitava ad avanzare con uno sguardo severo. Era la sua mente a vederla? O anche lei ormai faceva parte dell’intero disegno? Lo odiava adesso, adesso che lontana dalla vita aveva perduto ogni soffio d’anima.
Ma allora, quella notte di tanti anni prima, aveva lottato perché lui si salvasse. Nonostante credesse di aver scoperto che lui fosse il padre del bambino di Eva, visibilmente incinta.
- Morganti! – urlò Santini – E’ con noi o no? Scendiamo in questo scantinato, cerchiamoli!
All’improvviso, un sinistro ululato li fece rabbrividire.
Stefano guardò fuori, tra le fessure delle tavole alla finestra. La carcassa del cane non c’era più, e nel voltarsi scorse con la coda dell’occhio un’ombra bianca a quattro zampe aggirarsi nella stanza accanto.
La videro tutti e tre.
Cominciarono allora a camminare lentamente verso quella che doveva essere la cucina, mentre il fetore diventava insopportabile.
Gaetano trovò un vecchio telefono, ma era completamente muto.
-Questo non funziona. Dobbiamo chiamare i rinforzi!
Santini sentì un brivido lungo la schiena. Non disse nulla della telefonata che il Comando aveva ricevuto qualche momento prima. Richiamò il Comando con il cellulare, chiedendo l’intervento di altri colleghi per una situazione “difficile”, spiegando della temporanea scomparsa di due persone e della probabile presenza di tre adolescenti in vena di scherzi.
Come fosse possibile una telefonata da una casa senza una linea telefonica non sapeva spiegarselo.
Ma di quella villa aveva letto qualcosa in passato, perciò ricordava il nome di Morganti. Solo che queste cazzate alla X-Files venivano classificate nella sua mente alla voce “scherzi ben riusciti di geniali figli di papà”.
Eva prese a tremare. Non apriva quella busta da due decenni.
Quei volti avrebbe voluto tanto rivederli, ma non come in quelle foto. Perché aveva ripreso quella scatola? Dopotutto, Bruno poteva tornare sano e salvo e quello che era successo allora restare sepolto nel silenzio di quella maledetta casa.
E se avessero solo sognato?
Aprì con violenza la busta e le foto caddero spargendosi sul parquet mogano.
Un autoscatto fu la prima foto che rivide. Otto volti in otto pose sbilenche, a prendere per il culo il passante ingaggiato per immortalare il momento. Una Polaroid nuova e tecnologica, di quella che stampava le foto immediatamente in un formato quadrato.
Accarezzò col pollice la smorfia di Claudio, poi si prese la testa tra le mani. – Perdonami…
-E’ stata colpa tua, Eva.
-Claudio! – singhiozzò raggelata la donna indietreggiando.
Lui si ergeva in alto, pareva uscito da un angolo della stanza, la testa reclinata in avanti, per via del soffitto che gli toccava il collo. Eva non riusciva a staccare gli occhi da lui, ma nel contempo sgomitava all’indietro arrampicandosi sul divano.
-Le tue mani…le tue mani…non…
-Tu sai dove sono le mie mani Eva… lo SAI NO? NO? Vero che lo sai Eva? Come sai chi è il padre di
Bruno, no?
La figura si dissolse.
Adesso ne era certa. Bruno era in pericolo.
Il telefono continuava a squillargli nei pantaloni.
- Risponda Morganti! Non vorrà mica che tutti sappiano che siamo qui?
- Si Eva, dimmi.
- Claudio è stato qui – singhiozzava ancora – non l’ho sognato, non l’ho sognato, era qui era qui era qui!
- Lo so. Adesso calmati. Troveremo Bruno – chiuse il telefono con rabbia - Mi scusi, non so neanche come si chiama.
- Santini. E questo è Gaetano l’impavido esploratore, no?
- Esatto signore. Ma aveva perso il sorriso ebete, temendo per Rosa.
- Procediamo lentamente ed uniti -ordinò Santini – potrebbe esserci qualcuno qui oltre ai ragazzi.
Entrarono in cucina, mentre Gaetano illuminava con la sua torcia d’ordinanza.
La casa ricominciò a gemere.
Sembrava uno stridere sordo misto a travi spezzate e sibili disumani.
Ciò nonostante il trio non si fermò, ma un senso di irrequietezza li pervase.
La cucina sembrava un campo di battaglia. Muffa, muffa ovunque, sulle pentole incrostate, sui piatti in pezzi, sui muri, dentro ai due lavandini di ceramica.
Dal rubinetto gocciolava ancora qualcosa di verdastro, e scarafaggi morti ed una cornacchia ammuffita tappezzavano le mattonelle sporche di sangue che sembrava fresco.
I vetri infranti delle finestre completavano il dipinto sul pavimento, coprendo qualche topo e una parte del tavolo di legno gonfio di umidità.
Stefano guardò in basso per un secondo, ma quello che vide riflesso nel pezzo di vetro non era solo la sua figura.
Erano ossa lucenti di uno spirito inquieto, e due occhi che conosceva bene, privi di luce.
La stanza divenne di colpo gelida. Armida stringeva il collo di un gatto, fetide spoglie feline che si scomponevano lentamente lasciando cadere pezzi di carne fradicia.
-Sig. Morganti, venga! – ordinò Santini scorgendo il suo sguardo perduto – i ragazzi potrebbero essere di sotto.
Rosa rinvenne, risvegliata da un odore acre e da un senso di umidità sotto la spalla.
Doveva essere caduta in una pozza d’acqua. Appena tentò di muoversi per rialzarsi scivolò malamente e la fitta alla mano sinistra fu ingestibile. Svenne.
Si riprese qualche minuto dopo, impazzita dal dolore. Il polso bruciava e formicolava intorpidito come se ci fosse caduta sopra. Era buio, ma si ricordò di avere il cellulare e lo prese con la mano destra tentando di illuminare le tenebre.
Solo che la sua mano sinistra non c’era.
E quella non era acqua. Era sangue. Il suo sangue.
Santini era un uomo pratico. Nella sua mente quelle stramberie erano roba da telefilm di quart’ordine. Non gli importava di darsi una spiegazione, non era compito suo. A quello avrebbero pensato i cervelloni della scientifica. Quello che doveva fare era trovare i ragazzi, Oberwalder e Rosa la rossa.
Arrivati alla porta del seminterrato udirono un suono provenire dal piano superiore. La scalinata sembrò mutare colore e muoversi leggermente, come se le tavole di legno fossero calpestate da una presenza invisibile.
Trascurò il dettaglio. -Andiamo di sopra. Forse sono lì e aspettano solo di venir fuori per farci prendere un colpo. Benedetti ragazzi!
Stefano sentiva che quella era una pessima idea. Ma perdere Bruno allo stesso modo di…no, non poteva pensarlo. Non dopo quello che aveva visto finora.
Man mano che procedevano nel lunghissimo corridoio a sinistra, calpestando il tappeto scuro ormai lacerato in più punti, la torcia di Gaetano perdeva la carica delle pile.
-Merda – esclamò – devo tornare in macchina a prendere il ricambio pile, signore.
-Lei non si muove di qui, Gaetano – disse Santini.
-Signorsì signore, come vuole lei signore.
La puzza li avvolgeva, penetrando le narici fino a provocare in tutti e tre un senso forte di nausea.
Stefano inciampò in qualcosa di croccante, ma non era il tappeto.
Si abbassarono con la flebile luce della torcia e videro un cadavere vecchio di almeno 20 anni, mezzo rinsecchito, che si era leggermente sgretolato nel punto in cui Stefano l’aveva colpito.
Niente mano sinistra.
Il volto contratto, sfigurato da un’espressione di terrore, coperto da pochi brandelli rancidi di pelle.
Riconobbe la maglietta. Gliel’aveva regalata lui, proprio quel giorno, prima dell’avventura andata a male.
Era una maglietta tutta nera, con una sbeffeggiante scritta rosa che diceva “Barbie is a slut”. Gliel’aveva comprata qualche giorno prima al Camden Market, durante il loro weekend a Londra, per rassicurarla di non averla mai tradita, soprattutto con Eva, la ragazza del suo migliore amico Claudio. Lei aveva riso della maglietta, e l’aveva indossata subito fingendo di credergli.
Era bellissima vestita di nero, con i suoi capelli corvini, ma lucenti.
Ed ora quel che restava di Armida giaceva lì, la mano destra piena di minacciosi anelli d’argento a forma di ragni e serpenti, gli anfibi ancora ben legati ai piedi, coperti di polvere e pezzi di intonaco.
Un pendolo risuonò nel quasi buio facendoli sussultare.
Sembrava tutto uno stupido cliché di un b-movie. Ma era reale, quanto il tanfo e le ossa davanti ai loro occhi, tranne l’orologio che risuonava ancora nel silenzio beffandosi di loro con un pendolo spezzato e senza più tempo da regolare.